lunedì 23 novembre 2020

I miei ricordi del terrificante Terremoto dell’Irpinia.

 Oggi sono 40 anni dal Terremoto dell’Irpinia, che fece circa 3.000 morti, 280.000 sfollati e distrusse un vasto territorio del Sud.

Fu una catastrofe umana, ambientale ma anche mise a nudo l’impreparazione dell’Italia a gestire eventi drammatici e così rilevanti.

Il Presidente Sandro Pertini, giunto sul posto dopo poche ore, denunciò in vibrante discorso al Paese tutte le insufficienze nei soccorsi e nella organizzazione, che detta una scossa all’Italia, lanciando la frase che divenne il simbolo della rinascita: Tutte le italiane e gli italiani: qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

Anni fa scrivendo il mio libro di ricordi che non uscirà mai ho ricordato in tre capitoli questa triste vicenda, avendovi partecipato direttamente.

Questo i tre racconti:

Terremoto dell’Irpinia, partiamo con una colonna di soccorso 

Nel 1980 facevo parte del Consiglio dell’USL di Lucca e mi dedicavo alla gestione dell’ospedale di Lucca.

La sera di domenica 23 novembre sento alla TV dello spaventoso terremo dell’Irpinia. Ci sentiamo per telefono con il Presidente Moscardini, il Vice Bertuccelli e gli altri amministratori USL, ci convochiamo per la mattina dopo alle 9 e li decidiamo di mandare una colonna di soccorso in collaborazione con il Comune e i Vigili del Fuoco.

Una corsa contro il tempo, l’USL predispone un sala operatoria da campo, due chirurghi e un cardiologo, una suora caposala di chirurgia un altro paio di suore e circa 30 allieve infermiere della scuola, che viaggeranno con un bus messo a disposizione dal Clap.

Il Comune alcuni mezzi della protezione civile con una decina di operai comunali, i Vigili del Fuoco automezzi di soccorso e uomini.

A fine mattinata, direi un miracolo, partiamo: come Usl siamo a coordinare il tutto, due del consiglio, Bullentini, Sindaco di Capannori ed io, con una scassata 500 dell’Usl.

Viaggiamo spediti sull’autostrada, poche soste e intorno alle tre di notte siamo al casello autostradale di Avellino, dove veniamo fermati dalla Polizia stradale che non dà il permesso di viaggiare di notte sulle strade del terremoto perché piene di fenditure e ponti pericolanti. Siamo stati fra i primi ad arrivare. Proviamo a dormire in auto, ma le scosse di assestamento fanno ballare la cinquecento come una campana stonata e fa un freddo boia. All’alba scortati da una pattuglia della stradale iniziamo il viaggio all’interno dell’Irpina, passando da paesi e strade sempre più disastrate: sembrava un luogo dove si sia combattuta una lunga guerra di posizione.

La meta che ci era stata assegnata era nei pressi di Sant’Angelo dei Lombardi. La strada è molta dissestata procediamo lentamente per la presenza di altre squadre di soccorso, il caos è dappertutto: interi paesi distrutti, morti e feriti. Il conto finale parla di 3.000 morti e 280.000 sfollati.

A Sant’Angelo non arriveremo mai, ci fermano i carabinieri, sulla c’è strada un ponte non più transitabile, ci intimano di muoverci in altra direzione che la nostra colonna impalla le squadre delle ruspe che devono scavare una alternativa stradale al ponte. I carabinieri ci dicono che ci vorranno molte ore di lavoro e ci suggeriscono di andare verso sud, direzione Materdomini, dove non sono ancora andate colonne di soccorso.

Prendiamo a sud, ma a Materdomini sono già arrivati altri e ci dicono di proseguire verso Calabritto dove la distruzione è stata totale. Arriviamo a quello che doveva essere il paese ma non c’è più: Vi è solo un cumolo informe di macerie. Le case sono collassate sulla stretta via che attraversava il paese, che è paese di collina, circa 500 metri sul livello del mare, alle pendici del monte Altillo,

Vediamo sotto il paese un campo sportivo, sfondiamo i cancelli e ci fermiamo.

Terremoto dell’Irpinia, siamo a Calabritto 

Siamo arrivati a Calabritto completamente distrutta, ci siamo attestati nel campo sportivo, montiamo sul campo, non certamente erbato, le tende per la sala operatoria, i dormitori, i wc da campo e la mensa, per il personale.

Mentre montiamo le strutture i Vigili del Fuoco, con i medici, iniziano a scalare le macerie del paese per vedere le urgenze.

Per tutta la notte le nostre squadre di Pompieri, Operari Comunali scavano fra e macerie, come faranno nei cinque giorni e nelle cinque notti successive. Non troviamo che morti. L’odore acre di carne in putrefazione, nonostante il freddo inizia a farsi sentire, violento e cupo. 

In totale ci saranno circa 100 morti a Calabritto, una enormità visto i pochi abitanti del paese.

Il nostro personale medico e infermieristico assistono i feriti e gli abitanti sopravvissuti, riscaldandoli con generi di prima necessita. I feriti più gravi dopo un primo esame sono mandati in elicottero negli Ospedali napoletani.

Le poche ore che riusciamo a dormire sono un inferno, le violente scosse di assestamento del terremoto ci sbalzano in terra, dalle brande da campo.

Sono in tenda con i medici, tutti di grande valore, l’ortopedico poi diverrà nella vita un best seller sportivo.

Io sono un cacciatore e all’epoca spesso andavo a caccia sui passi appenninici, dormendo nelle tendine canadesi, al freddo e alle intemperie: vedere questi bravi medici con il pigiamino di seta, rotolarsi in terra e risalire sulle brande compunti senza una imprecazione, commuovevano. Per loro era assai più dura che per me che son sempre stato da bosco e riviera, come si dice a Lucca.

Questi medici si sono poi rivelati persone coraggiose e serie: una notte verso le tre del mattino veniamo svegliati d’urgenza: i vigli del fuoco campani hanno trovato una donna viva ma non riescono a tirarla fuori. Andiamo con medici e operai e ci troviamo davanti ad una situazione ambientale ed emotiva disperata: la donna è incastrata per le gambe dal ginocchio in giù, su una costruzione a più piani che si sono adagiati sull’ultimo, che è in bilico su un burrone sottostante. La donna è viva e cosciente, ma è difficile poterla estrarre, perché tutto è in bilico sul burrone e potrebbe morire lei, con i soccorritori. La richiesta che ci fanno è devastante: chiedono ai nostri medici di tagliarle le gambe per salvarle la vita. I nostri medici, grazie a Dio, si rifiutano, si offrono di esporsi e di raggiungerla per tenerla in vita fino a che non si trovi la maniera di estrarla e così faranno. I pompieri riprendono coraggio, sono li da giorni e da molte ore di stress e fatica, ma con ancora molte ore di lavoro riescono a tirare fuori la donna ferita ma integra. Tra l’altra tutta la scena verrà ripresa da un operatore di una TV locale, capitato per caso.

In questo viaggio disastro e tragico ci sono state anche cose…curiose…oggetto di riflessioni passata l’emergenza.

Terremoto dell’Irpinia tanto dolore e due fatti curiosi 

Siamo rimasti a Calabritto sei giorni e cinque notti, fin che è durata l’emergenza, poi è arrivato l’esercito, con le sue grandi tende, la cucina da campo, con organizzazione ed efficienza. La nostra presenza non è più necessaria e decidiamo di tornare a casa.

Sono stati notti e giorni, di grande fatica e di grande stress, abbiamo visto tanto dolore, tanti lutti, noi abbiamo cercato di fare il nostro dovere per il meglio.

Voglio ricordare due fatti “curiosi” avvenuti in quei giorni per meglio comprendere le difficoltà in cui ci siamo mossi.

Finché non è arrivato l’esercito con la cucina da campo, uno dei principali problemi organizzativi nostri era nutrire la nostra squadra d’azione che fra medici, suore, infermiere, operari, vigili del fuoco sfiorava le 70 unità. Avevamo portato le razioni militari, scatolette di carne ed anche pasta secca, ma non era semplice dare da mangiare tre volte al giorno nel freddo gelido a tante persone che rientravano a tutte le ore, stravolte dalla fatica, in un posto dove non vi era più alcuna attività commerciale. 

Nessun negozio rimasto in piedi, tutto distrutto, mancanza assoluta di pane e di ogni genere di cibo. 

Il compito di gestire la cucina era affidato alle suore ed in particolare alla suora capo sala di chirurgia: un colonnello inflessibile e gerarchizzato. Il pasto che assicurava era sempre così composto: mezza scatoletta di carne alle infermiere e agli operai, una scatoletta a Bullentini e me, amministratori, una scatoletta e mezzo ai medici. Una distribuzione classista e intransigente.

Dopo un paio di giorni la fame iniziava a farsi sentire per tutti ed allora inforcata la mitica 500 parto per andare a cercare, fuori dalla zona del terremoto dei negozi aperti. 

Dopo molto chilometri scendendo verso il mare, trovo un panificio ed acquisto tutto il pane possibile e un macellaio che ha soltanto molti chili di salsicce di maiale: le prendo tutte. Stasera ci leveremo la fame.

Errore, la divisione di pani e pesci non cambia per le Suore: alle infermiere e agli operai pane a volontà e mezza salsiccia, a noi amministratori una salsiccia, ai medici una salsiccia e mezzo. Inizio a convertirmi al Comunismo!!

Il secondo episodio testimonia il grande stress subito in quei giorni: abbiamo deciso di partire per tornare a casa, abbiamo sfatto le tende, la sala operatoria, abbiamo caricato tutto sui mezzi quando si scatena un temporale fortissimo, violenti scosse di acqua gelata e vento, si aggiungono alle scosse di assestamento. 

Diciamo a tutti di salire sui rispettivi mezzi di trasporto e di fare la colonna. Nel bus del Clap sono ammassati dottori, infermieri, suore: dico al primo medico che mi capita accanto di contare se a bordo sono tutti ed io vado a sincerarmi che operai e pompieri siano pronti per partire. 

Ci muoviamo, sotto un diluvio universale, non si vede nulla e con il fango che arriva alle ginocchia. Scendiamo verso il mare ed appena usciamo dalla zona del sisma e troviamo case non più distrutte, fermiamo la colonna davanti ad un Bar per prendere qualcosa di caldo e verificare se siamo tutti.

Nel Bar mi raggiunge il medico che avevo incaricato di contare se erano tutti quelli che viaggiavano sul Bus. E’ il medico ortopedico e mi dice che nella confusione si è sbagliato: è rimasto a terra un infermiere.

Prendo la 500, torno indietro e dopo molti chilometri, lo trovo a lato della strada, sotto il diluvio di acqua, mezzo congelato. Lo faccio salire: è tutto bagno e una iena: perché mi avete lasciato indietro? 

Mi scuso e gli dico che il medico incaricato di contare se c’erano tutti si è sbagliato e siamo partiti senza di te. Si incupisce, si chiude in silenzio.

Arriviamo al Bar dove ci stanno aspettando gli altri, scendiamo: non faccio in tempo a dire una parola che l’infermiere afferra l’ortopedico per il colletto e con un diretto alla mascella lo stende secco in terra. Gelo di tutti.

Rialziamo il medico, cerchiamo di ricucire la cosa, ma sappiamo che è successo un fatto grave certo dovuto allo stress e alla fatica, ma stendere un medico da parte di un infermiere sarà fonte di grandi casini.

Per fortuna arrivati a Lucca dopo tante ore di marcia, il medico si dimostra persona intelligente e comprensiva del momento, non si accanisce con denunce personali è disposto a perdonare e non vuole vendette.

Questo ci consente come Amministrazione USL di chiudere il caso con una lieve pena per l’infermiere, una censura che non gli creerà la perdita del lavoro e dello stipendio. 

L’infermiere è morto poco tempo fa: era divenuto del tempo un valente sindacalista ed anche bravo consigliere comunale. Una ottima persona.

Il medico ha fatto una splendida carriera sia in Ospedale che nel mondo dello Sport e a volte quando ci incontriamo ricordiamo con struggente malinconia quei brutti giorni al terremoto dell’Irpinia: 3.000 morti, 280.000 sfollati, tutto distrutto in 500 Comuni.

francesco colucci 



 

 

 

 

 

 

 


 

 

lunedì 6 luglio 2020

Sono stato a trovare “Gigi in Cantina”.


Quando mi hanno detto che due cari amici Carmine e Michele, avevano aperto una nuova attività di ristorazione in piena Pandemia, ho pensato che il Virus li avesse fatti uscir di senno.
Molti ristoratori sono in grande difficoltà, alcuni neanche riaprono e gli inventori della conosciutissima Trattoria da Gigi, in Piazza del Carmine, si mettono ad aprirne una nuova, in piena campagna.
Mosso da curiosità, senza avvertire nessuno dei due, sono andato a cercare di pranzare, seguendo la strada per il Seminario ai Tre Cancelli.
Superata Villa Sardi, dopo pochi metri, sono entrato in una classica e bella Corte lucchese, regno incontrastato della famiglia Tosi, fotografi dal 1949, dietro la quale si nasconde Gigi in Cantina, la, dove una volta, il capostipite Alcide, creava il suo vino,  e soprattutto dove i figli Mimmo e Claudio, proseguono, ogni anno, quel Pork Day, inventato vent’anni or sono.
La dove erano le botti della Cantina Tosi, ora sono allineati rustici ma eleganti tavoli, molti col marchio della famiglia Tambellini, famosi artigiani del legno, in un ambiente veramente unico e caratteristico, arredato con grande gusto.
Il meglio lo dovevo scoprire superando i locali della Cantina: all’esterno, in parte sotto un grande tetto posato su travi maestose e in parte nel prato adiacente, decine di tavole apparecchiate e pronte ad essere vissute, ai lati della grande vigna che produce un caratteristico vino bianco come una volta si faceva nelle Sei miglia lucchesi.
Trovo il buon Michele, un Tambellini che sa osare, indaffarato a sistemare le ultime cose, che mi accoglie con la solita gentilezza. 
Mi fa vedere tutta la struttura, che ha un grande fascino già all’una del giorno, con il frinire delle cicale, ma che deve essere da fiaba, la sera sotto le stelle, con le lucciole saltellanti fra i filari delle viti.
Decido per una piccola degustazione, tanto per capire cosa sia questa nuova cucina: direi un felice connubio fra alcuni piatti della classicità di Gigi in città e nuovi e interessanti piatti legati a questa nuova esperienza.
Ho conosciutola gentile signora Veronica che coordina l' efficiente servizio e  la Brigata di Cucina, gente giovane ma di esperienza, cazzuta, con idee chiare e coraggio da vendere, determinata a mettersi in gioco.
Devo dire che questo Gigi in Cantina, per la location e per la cucina mi ricorda molto la raffinatezza del Caffè Santa Zita e i suoi fantastici aperitivi, adagiata nella sapida rusticità e nei profumi della campagna lucchese.
Un ristorante ricercato nelle materie prime e nei piatti, ma in piena campagna, quasi tutto all’aperto, sotto un grande tetto e nell’ampio prato, con grandi distanze fra i tavoli, per un pranzo o una cena in armonia, ma anche in piena sicurezza Covid19.
Il conto è stato molto onesto, in linea con la qualità dei prodotti che hanno nobilitato a degustazione, il vino dei Tosi, che ho scelto, ignorando l’ampia carta dei vini, mi ha riportato alla mia gioventù, dove il vino bianco lucchese era questo: pastoso, ambrato, acidulo, con un retrogusto amaro che ti puliva la bocca e esaltava i tuoi sensi. 
Riscoprire la verace campagna lucchese, ritrovare antichi sapori, antiche “beve” è stata una sorpresa nella sorpresa di questo nuovo locale, così particolare, così intrigante, da giustificare l'appellativo che mi sento di dargli:
"Gigi in Cantina", un Paradiso sapido ed armonioso nella campagna lucchese.

Francesco Colucci, Blogger in Lucca




domenica 14 giugno 2020

Se avesse ragione Georg Christoph Martini?


Il Turingio Martini, detto il “Pittor Sassone”, nella prima metà del settecento, viaggiò in Italia e in Toscana, descrivendo con cura i suoi viaggi e lasciando a Lucca, dove visse molti anni e morì nel 1745, capolavori pittorici, acquarelli, schizzi e descrizioni accurate dei più bei paesaggi della Toscana e della Lucchesia, pubblicate in alcuni storici volumi. 
Molto di quello che ha lasciato si trova nell’Archivio di Stato di Lucca, essendo morto intestato e i suoi dipinti, in Palazzi e Ville lucchesi.
Quello di cui voglio parlare è un disegno, forse un acquarello, sul Ponte della Maddalena o del Diavolo come conosciuto in quel di Borgo a Mozzano.
Un disegno del Ponte visto da Nord, dalla  Garfagnana, che lascia stupefatti.
Come noto il Ponte medievale, come lo vediamo oggi, nella sua parte storica, ha una grande maestosa arcata e poi tre arcate più piccole a decrescere e degradare fino a toccare la sponda sinistra del Serchio.
Nel disegno del Martini queste arcate a decrescere non sono tre ma bensì quattro con una ultima molto piccola e molto più bassa delle altre a toccare quella che doveva essere allora la quota della mulattiera che correva in sponda sinistra del fiume.
Il Pittor Sassone era ubriaco quando ha dipinto il Ponte?  o nel primo settecento esisteva ancora una quarta arcata più piccola che si saldava con la strada esistente?
Credo che la Soprintendenza, la Provincia o il Comune del Borgo dovrebbero trovare qualche euro per fare un carotaggio esplorativo e vedere se questa quarta arcata esiste ancora, sepolta sotto il piano stradale.
Sarebbe una scoperta molto importante sul Ponte del Diavolo, dovuta ad un disegno di un viaggiatore tedesco del settecento:  potrebbe essere un jolly nella promozione turistico-commerciale della zona, certamente mediatica in Germania.
Non so se questa quarta arcata potrebbe essere riutilizzata dato il dislivello con la  strada odierna, accresciuto nel corso dei secoli, ma forse potrebbe essere messa in vista con una copertura di vetro e acciaio, oppure valorizzata con un cartellone riportante il disegno del Pittor Sassone, all’imbocco del Ponte.

Francesco Colucci, Blogger in Lucca