giovedì 6 aprile 2017

Una anatra all'arancia particolare per il Pranzo di Pasqua.

Colucci: La mia Anatra alle Arance
Per chi rimane a casa per Pasqua, propongo una mia ricetta di Anatra all'Arancia, facile da cucinare, ma
molto particolare nel gusto. Buon appetito.

Ingredienti:
·        Una Anatra muta di circa 2 kg, acquistata già pulita.
·        4 Arance Siciliane grandi

Preparazione:
·        Fiammare l’Anatra su fuoco vivo del gas o del camino, per “strinare” i cannoncini e le piume rimaste.
·        Separare dal tronco le due cosce complete e dividere il resto in 4/6 pezzi..
·        Tagliare 2 della 4 arance con la buccia ben lavata, in spicchi di mezzo centimetro di lato.
·        Spremere le altre 2 arance mettendo il succo da parte.

Cottura:
·    In una padella dai bordi alti o in un tegame dai bordi bassi di buona grandezza meglio se antiaderente, (d’ora in avanti chiamato tegame), scaldare un dito di Olio, volendo anche di Semi, tanto andrà poi gettato.
·        Mettere i pezzi di anatra, ben distanziati nel tegame e far saltare, a fuoco alto, con la copertura di un coperchio, per 4/5 minuti, girando i pezzi dell’anatra, più volte, soprattutto dalla parte della pelle. Il procedimento serve a togliere il grasso più esterno all’anatra. Spengere il gas, spostare i pezzi d’anatra in un piatto, gettare l’olio rimasto nel tegame..
·       Mettere nello stesso tegame un dito abbondante di Olio extravergine, far prendere calore e saltare gli spicchi delle due arance a fuoco vivo e pentola scoperta, unire un bicchierino di Cointreau o altro liquore all’arancia, far evaporare l’alcool a fuoco vivo e finire di caramellare gli spicchi delle arance aggiungendo un pizzico di sale. Togliere le arance ben caramellate dal tegame e tenere al caldo.
·       Prendere i pezzi d’anatra, praticare delle incisioni sulla pelle per favorire la cottura, aggiungerli nell’olio e nel tegame utilizzato per gli spicchi d’arancia, far rosolare a fuoco vivo, da ambo le parti fino a che siano ben coloriti.
·   Aggiungere a seguire il succo delle arance e poi i pezzi di arancia caramellati messi da parte, coprire il tegame, abbassare il gas e far cuocere per circa 15 minuti. Controllare se l’anatra è cotta e salarla, se non è cotta, proseguire la cottura, sempre a tegame coperto.
·   Allocare i pezzi d’anatra in un vassoio guarnendoli con gli spicchi di arancia caramellati e coprendo il tutto con il sugo bollente rimasto nel tegame.
·        Servire il tutto caldissimo, con un vino bianco fermo fruttato di almeno 13,5 gradi delle Colline Lucchesi o di Montecarlo  o uno Champenoise italiano, della Fattoria Montechiari di Montecarlo.



 


venerdì 9 dicembre 2016

E' l'ora dei Presepi nella terra dei Figurinai

Il Presepe è una delle suggestioni più genuine e popolari della tradizione cristiana.
Nella Valle del Serchio molti sono i Presepi bellissimi, con i pastori realizzati dai piccoli e grandi figurinai che da secoli perpetuano una delle tradizioni più genuine delle nostre terre, in Bagni di Lucca e Coreglia, che tanto pane hanno dato e continuano a dare alle nostre popolazioni.
Voglio ricordare tre episodi di anni fa: Stoccolma quando ti poni il problema di cosa portare a familiari ed amici di ritorno da un viaggio: vedi un negozio con delle Figurine di Gesso bellissime, entri per acquistarne una, per farla incartare la giri fra le mani e sotto appare una targhetta: made in Bagni di Lucca. Il secondo episodio: Passeggiavo lungo il Pier 39 di San Francisco quando vedo un negozio di articoli natalizi e non siamo sotto Natale, mi incuriosisco, entro e all'interno vedo una scritta luminosa: Prodotti della ditta Fontanini di Chifenti.
Il terzo episodio l'ho sentito raccontare proprio da Emanuele Fontanini, che in quarantanni di produzione e commercio nel settore ha avuto modo di vedere i Presepio più impensabili.
Invitato a visitare una abitazione privata, nel sud della Florida, di una signora sui settantanni, che rimasta vedova da oltre dieci anni, ogni settimana di ogni mese di ogni anno, acquistava una figurina della collezione da 12 centimetri. Tornava a casa e la aggiungeva al suo Presepio che poi lasciava esposto tutto l'anno, aperto ai visitatori. È facilmente immaginabile la sorpresa e lo stupore entrato in casa! Tutte le stanze erano praticamente scene paesane di un presepio con figurine Fontanini». 
La mente corre ai nostri Figurinai che nei secoli passati, prima producevano i famosi gessi e poi li andavano a vendere, con il canestro sottobraccio, in tutto il mondo.
Vale la pena andare a visitare il Museo della Figurina e dell'Immigrazione che si trova a Coreglia Antelminelli, per rimembrare la vita disagiata ma avventurosa dei nostri nonni a vendere in terre lontane quello che producevano al paesello in Valle.
L'elenco dei Presepi di quest'anno nella Valle del Serchio lo potete trovare sul sito  http:://infopointmv.blogspot.com;  

Voglio però darvi un suggerimento per ammirare un Presepe che ha me piace moltissimo, per la fattura del paesaggio ricreato, per la bellezza dei pastori, per la location, semplice ma avvolgente in cui è realizzato è che merita un piccola escursione per andare a vederlo.

Il Presepe ha un nome bizzarro ma affascinante: Presepe al Pozzo di Salita.

E' realizzato dal Comitato Paesano, all'imbocco della strada per Gioviano: basta seguire la strada Ludovica, dopo Borgo a Mozzano, superare l'incrocio con il ponte di Calavorno, e dopo poche centinaia di metri, svoltare a sinistra, sulla strada che porta a Gioviano.
Il Presepe ci appare all'improvviso, come una visione, appena la strada inizia a salire: è a sinistra, sul ciglio della strada, appoggiato su una roccia, all'aperto, salvo una tettoia che lo protegge in parte dagli elementi atmosferici.
E' meraviglioso con le sue luci, le sue case, i mestieranti che lavorano alacremente, molto mosso, tanti movimenti e molto scorrere di acque. Un insieme unico, che incanta.
Sarà la collocazione, così, sulla strada, senza ne muri ne guardie, in mezzo al nulla, sarà il senso di pace, di ordine, di vero, che provi ad ammirarlo, che ne fanno, a mio parere, un Presepe che non si può non andare a vedere, per la bellezza degli occhi...e la pace della nostra anima.

francesco colucci




mercoledì 23 novembre 2016

Giacomo Puccini e il Bazzone di Ghivizzano

E' da molto che voglio togliermi un sassolino da una scarpa ed è venuto il tempo.
Parlerò dei prodotti tipici del nostro territorio e della loro importanza nella nascita del turismo a Lucca e nella Valle del Serchio.
L'APT cercava ai primi degli anni '90, in cui il turismo da noi era un optional per pochi intimi, dei testimonial su cui incentrare le future campagne di promozione turistica.
La strada maestra per noi era unire la valorizzazione delle bellezze artistiche e paesaggistiche del territorio con l'esaltazione dei prodotti tipici delle nostre zone.
Convinti come siamo ancora che un turista viene da noi per l'arte, la cultura, il territorio ma va via portandosi dietro sempre un ricordo tangibile della sua vacanza che spesso è un prodotto tipico.
Un Sindaco, una volta, ci accusò pubblicamente di vendere Puccini con il Salame Garfagnino....ed era vero. E' su questa unione che è decollato il Turismo da noi, piaccia o non piaccia.
Puccini, le Mura, i pregevoli Centri Storici, i Monumenti, le Basiliche, i Musei, i Parchi sono ottimi veicoli per la promozione e la comunicazione, ma il ricordo tangibile che un turista si porta tornando a casa è fondamentale per il passaparola con gli amici.
Ai primi anni '90 i Prodotti tipici, come tutto il resto, dagli Agriturismo ai B&B, dai Ristoranti ai Bar con tavoli e sedie nelle piazze, erano rari, a Lucca come in Garfagnana.
Tutto è stato costruito faticosamente in questi 25 anni, in un rapporto positivo fra privati imprenditori, coraggiosi e illuminati, Enti Locali e APT.
Per la riscoperta e la valorizzazione dei prodotti tipici, la Camera di Commercio e l'APT hanno lavorato con una promozione legata al territorio, convincendoli con un assioma incontrovertibile: Credere nel Turismo per vendere i propri prodotti con un doppio valore: la vendita è per contanti, a prezzi pieni e nel contempo si fa un eccellente promozione per altri futuri turisti-clienti.
Per questo abbiamo realizzato Il Desco.
Per questo abbiamo portato decine di fattorie del Vino e dell'Olio a curare la vendita al dettaglio aprendo anche alla visita delle loro aziende e non solo.
Per questo abbiamo convinto piccoli produttori di Salumi, Miele, Farro, Castagne, Pane, Dolci e così via a valorizzare la storia, misconosciuta, delle loro micro-produzioni, affinché fossero più riconoscibili, più legate al territorio, più ricordabili dai turisti: Perché il passaparola trovasse leggende e storie vere che il turista potesse raccontare a casa, degustando una nostra prelibatezza, insieme agli amici, incuriosendoli a visitare un territorio così completo e raro.
Alla eccezionale qualità dei prodotti salumieri della Valle del Serchio, siamo riusciti ad abbinare antiche storie di tradizione orale, leggende, che hanno dato agli stessi, un inedito appeal, dal punto di vista del Turismo.
Tutto per creare valore aggiunto a produzioni limitate, valorizzando prodotti, frutti solitari di antichi Norcini e Mugnai, in sparuti borghi del nostro territorio, non ripetibili altrove.
Di qui la mancanza di una vera e consolidata tradizione complessiva con il prevalere di localismi, di prodotti di nicchia, di comunità vicine ma con radici e tradizioni diverse, spesso divise in Staterelli ferocemente nemici fra loro.
Il Bazzone, la Mondiola, Il Biroldo, la Soppressata, il Linchetto, il Lardo e il Salame Garfagnino ma anche il Tizzone di Giustagnana, sul versante versiliese, accompagnano ormai da anni, con successo, lo sviluppo turistico delle nostre zone.
Il Bazzone, punta di diamante del settore, è realizzato da soli tre produttori.
Prodotti che nascono nella notte dei tempi, fra i Castelli di Castruccio, fatti con maiali enormi, per prosciutti giganti che per essere ben tagliati dovono essere impugnati alti su un becco che viene creato tagliando la coscia un po' più in alto, la "bazza" appunto.
Allora le poche centinaia di maiali del territorio erano sufficienti a garantire tutta la produzione.
Il successo per la qualità della carne, per la stagionatura, per la sua storia ha fatto del Bazzone un prodotto di eccellenza e di grande successo e quindi di grande produzione.
Pensare oggi che siano solo maiali della zona è sciocco, non sarebbe neppure sufficiente se ogni abitante della Valle del Serchio, allevasse un maiale, visto che gli abitanti non arrivano a 60.000.
L'importante è che vi sia una differenziazione, di etichetta e di prezzo, enorme, fra il Bazzone Presidio Slow Food e il Bazzone "più commerciale", ma sempre di eccelsa qualità perché quello che determina il sapore del Prosciutto è il maiale: il suo mangiare, l'habitat, l'affollamento, più che il territorio geografico di allevamento. Per non parlare della stagionatura e degli inimitabili Norcini.
Dobbiamo dare atto ai produttori lucchesi e garfagnini di Olio, Vino, Salumi, Farine e di tutto il resto dell'enorme contributo che hanno dato all'espandersi del turismo nelle nostre zone, attraverso la qualità del prodotto e un passaparola gustativo, che è assai più importante di qualche leggenda evocante il Mito.

francesco colucci,


    

venerdì 5 agosto 2016

Torna la famosa Zuppa di Aquilea

Anche quest'anno torna la famosa Zuppa di Aquilea, una delle Sagre più longeve della Lucchesia, una delle migliori, per qualità del cibo, per organizzazione, per pulizia e rispetto delle regole sanitarie.
Una occasione da non perdere per chi ama il genere e per chi apprezza la Zuppa, perché quella che fanno le "donne" di Aquilea è veramente super.....e poi battono sempre la mia Zuppa.....nel concorso per la migliore Zuppa della Lucchesia....e per battermi sempre.... deve essere è veramente eccellente.

Vivere Curiosando by francesco colucci

lunedì 22 febbraio 2016

Aquilea: non solo Zuppa....

Sabato prossimo parteciperò ad Aquilea alla semifinale della disfida della Zuppa, come fatto per tanti anni, in altri posti, con le mie zuppe. Ad Aquilea la Zuppa è tradizione antica e la Sagra che organizzano ogni anno, sempre più grande sempre più di successo.
La Sagra, come tutti gli altri eventi culturali organizzati ad Aquilea servono a sostenere il Comitato Paesano che è sempre molto attivo nell'interesse del paese, con opere importanti realizzate direttamente e a spese loro.
Il Paese è molto caratteristico, antico, con una vista magnifica sulla piana lucchese, ottimi vini e olio, con sui fianchi della montagna in alto, teatro dell'unica battaglia tenuta a Lucca, da americani e tedeschi, una antica pieve castellana, lesionata dalle cannonate ed ora in totale disarmo per l'incuria di una curia vescovile poco incline ai restauri ma che il paese sarebbe pronto a dare a nuova vita a sue spese, se la proprietà delle rovine venisse ceduta al Comitato Paesano.
Credo che una mano ad un Comitato Paesano così attivo andrebbe data da tanti, Comune in testa, e partecipando come giurati alla disfida della zuppa è un modo di farlo. Venite sabato, prenotando.

Torniamo alla sfida della Zuppa: presenterò sabato, una zuppa diversa, nella tradizione, ma con qualche particolare diverso, per cercare di battere in casa i famosi zupparoli di Aquilea.

Sabato presenterò l'Antica Zuppa "Grassa" del Frantoiano di Monte Faeta

A metà degli anni settanta partecipando con colleghi della Forestale allo spegnimento di un violento incendio sul versante lucchese del Monte Faeta, nei Monti Pisani, trovai un piccolo borgo di case abbandonate e ormai fatiscenti, di cui il bosco aveva ripreso possesso abbracciando i ruderi di un groviglio verde, color foglia di primavera.
Poiché l’incendio divampò per più giorni rimasi in zona percorrendo avanti e indietro la via forestale che dal Monte scende verso Vorno e, in un pausa di ristoro al sacco, chiesi ad un vecchio pastore senza pecore, che si era arrampicato fin li per curiosare, che cosa fossero quei ruderi.. Mi disse che era un minuscolo e antichissimo frantoio contadino distrutto e dimenticato nella notte dei tempi, che la leggenda narrava famoso per le pantagrueliche cene di fine frangitura che vi si tenevano, a base di una Zuppa “grassa” alla Frantoiana. Incuriosito mi sono fatto raccontare, in cambio di molte “gozzate” dalla mia borraccia piena di Stock 84, in che cosa consisteva quella famosa Zuppa Grassa alla Frantoiana del Monte Faeto, in quel di Lucca.
La ricetta datami e su cui di certo non giuro, ho cercato di riprodurre questa sera per le semifinali di Aquilea della Disfida della Zuppa, nell’intento di “sorprendere” e battere gli invincibili zuppazoli che in quel di Aquilea si sprecano.
Questa antica Zuppa deve il termine “grassa” all’utilizzo dell’olio extravergine d’oliva che nel Frantoio rimaneva in fondo all’Orcio, dove sedimentavano le parti più pesanti della spremitura dell’oliva, quella più densa e “forte” che non si vendeva, ma si usava in casa, per i piatti più saporiti, nei pranzi importanti, al posto della “sugna”. In questo denso olio venivano soffritte, insieme a cipolla, aglio, rosmarino, carota e sedano, le cotenne del “presciutto” di maiale di monte che non poteva mancare in una casa contadina. Maiali neri, irsuti di ferrei peli, a protezione di quel freddo “boia” che non mancava certo sul Monte Faeta nella sua esposizione verso Nord o Lucca, che dir si voglia, quando gli inverni erano inverni e “passavan bassi” come si diceva allora.
Poi, fagioli Cannellini di San Ginese e Rossi di Sant’Alessio, verza e braschette, porri, bieta, patate e zucca, erbe di monte e boragine, come in ogni classica frantoiana lucchese, con un pane di farina ricca di crusca, cotto nel forno a legna, con fascine di stipa, per un pane scuro e granuloso, che raffermo veniva tostato al camino e ben unto prima dell'uso.
Nel presentare la “Zuppa Grassa” di questa sera ho cercato di stare “attaccato” alla ricetta datami per originale e quindi ho serbato il fondo della dama del miglior extravergine del mio consuocero Beppe, che coglie olive meravigliose in quel di Santo Stefano di Moriano, il cui sentore d’oliva “stiacciata” mi ha risalito le narici fino al cervello come un tiro di “erba” di un coffee shop di Amsterdam.
Ho trovato poi un grande pane scuro, fatto come una volta, a legna, che ho tostato al camino con legna di alloro, ungendolo bene prima di “inzupparlo”.

Zuppa Grassa: Ai posteri l’ardua sentenza……io…..ci ho provato…..

francesco colucci



martedì 1 dicembre 2015

Sulla strada della Bistecca

Un volta si sceglieva il Ristorante dove si mangiava bene in via generale e a prezzi giusti.
Ora, la scelta del Ristorante o della Trattoria è determinata da quello che vorremmo mangiare quel giorno. Si sceglie il posto che pensiamo il migliore nel fare il piatto che vorremo degustare, unendo ad esso solo una piccola entratura. Non si mangiano più di due portate: per il fisico e la tasca.
Nel libro che sto scrivendo da anni e che non finirò mai, recensisco centinaia di ristoranti e trattorie, valutati non per la cucina in generale, ma il piatto in cui sono specializzati e che da lustro al locale.
Per spiegare cosa sto scrivendo faccio alcune anticipazioni senza approfondire sui locali proposti.
Per iniziare parto da un Piatto per cui la Toscana è conosciuta nel Mondo: La Bistecca.
Il Top è la Bistecca di Chianina, ma anche altre razze europee non sono male a iniziare dall'Angus.
Molti hanno la Bistecca in carta, ma pochi la sanno fare alla perfezione: carne di eccellenza, saputa frollare bene, che si sciolga in bocca, alta almeno tre dita, al sangue, ma calda dentro, con una giusta percentuale di grasso, che cuocendo non abbia preso di lezzo. Cotta sulla brace, salata a caldo, con un filo di EVO e un contorno di cannellini. La Bistecca va cotta su una brace viva, senza fiamma, se si infiamma il grasso saprà di lezzo, cotta cinque minuti in piedi sull'osso, cinque minuti da una parte e cinque dall'altra, sale grosso a cottura. Il segreto è che la carne al sangue, sia ben calda all'interno e per, mantenerla calda mentre si mangia, consiglio sempre di servirla su un piatto caldissimo.
A Lucca mi piace la bistecca de "L'Antica Locanda di Sesto", ma anche quella più popolare della "Cantina di Colognora". Nelle vicinanze di Lucca, la bistecca che per me è il Top, è quella di "Benito" a Orentano, ma non mi dispiace quella de "Il Baccatoio", vicino a Pietrasanta.
Ottima anche la bistecca di "Marino" al ponte sulla Nievole, in quel di Serravalle.
Firenze è la patria della Bistecca, quasi tutti i Ristoranti la fanno, spesso buona e se la fanno pagare, la scelta è ardua, ma io preferisco da trent'anni la Fiorentina di "Damasco", in via del Barco, vicino al Mugnone. Fuori Firenze, vicino al casello di Reggello, una bistecca superba si trova a "Il Canniccio" a Cetina di Reggello, ma qui va mangiata con le patate, vere, affettate grosse a velo e fritte in padella.
Più avanti sempre sull'autostrada per Roma, al casello di Fabro, vale una sosta bisteccara, "La Bettola del Buttero", locale molto affascinante perchè la carne è cotta a vista, sulla brace di un enorme camino, grande quanto un letto a due piazze.
Per darmi un tocco di internazionalità vi propongo anche uno Steak house, eccezionale, di New York, dove mi porta la mia anziana unica zia vivente, quando vado a trovarla: "Old Homestead Steakhouse", qui la T Bone, la bistecca con l'osso a T è una cosa seria, fa parte della tradizione dei vecchi Cowboys, alle braci dei grandi fuochi all'aperto, nelle larghe praterie del West.
All'estero conviene mangiare la carne alla griglia negli steakhouse argentini e uruguagi, a volte è carne congelata, ma di grande qualità. Un discorso a parte per la Bistecca di Angus, che è una carne di eccellenza assoluta, degustarla in Scozia è facile perchè di là proviene, nel resto del Mondo, ci dobbiamo fidare del Ristoratore. Non sono attratto dalle famose carni giapponesi, quelle massaggiate, che costano un mutuo ad etto e, a parte la tenerezza, non scambierei mai nel sapore, con una Bistecca di Chianina o anche di Angus, ben cucinate.

francesco colucci, by vivere curiosando




 


lunedì 30 novembre 2015

Gita a Livorno

Un gita a Livorno, meta vicina, spesso dimenticata, ma da non perdere
Livorno è la mia seconda città elettiva: ho trascorso a Livorno o meglio all'Ardenza le estati più belle della mia fanciullezza, a casa delle mie zie, come usava un volta, quando andare in vacanza era un lusso non per tutti e quindi le vacanze erano dai parenti che risiedevano al mare.
Livorno mi è rimasta nel cuore, per i luoghi aspri e salmastrosi, ma anche per il popolo, sincero e schietto, vocione e allegro, un bel popolo, poco toscano, molto un mix di uomini di mare, che qui trovarono nei secoli, ospitalità e lavoro. Storica, numerosa e laboriosa la comunità ebraica.
Cosa consiglio da vedere: la Venezia forse l'unico quartiere storico rimasto in buona parte in piedi dai terribili bombardamenti anglo-americani, ma anche il Porto Mediceo, la Fortezza Vecchia e quella Nuova, il nuovo Acquario, la Terrazza Ciano (pardon ora Mascagni), Ardenza, Antigano, Montenero con il Santuario della Madonna e i terribili ma affascinanti ex voto. Casa Modigliani, l'Accademia Navale, unica in Italia, Via Grande, la Sinagoga e il Museo Ebraico e in Venezia, i ruderi del Teatro San Marco, dove nel 1921 fu fondato il PCI. Meritano una escursione in barca, i Fossi che attraversano la città, con i vecchi magazzini, dove le merci arrivate dalla Toscana con i Navicelli aspettavano l'imbarco per i porti di tutto il Mondo. Lungo i fossi, nelle mattine feriali, da visitare l'ottocentesco Mercato Centrale, una struttura imponente, la più grande di europa, affascinante con le cento botteghe e, per gli amanti del pesce, tutto e di più.
Mangiare a Livorno, nei locali tipici, vuol dire spesso, ritornare a tanti anni fa, quando la moda per pesce cucinato in bianco, non aveva prevalso, nella cucina italiana. Come una volta, qua la pasta con il pesce, è rigorosamente in rosso, col pomodoro, che ritroviamo in tutti i piatti della migliore tradizione labronica. Nei primi ci possiamo sbizzarrire con la pasta con il Favollo, le Cozze, Le Cicale, i Totani, i Ricci, nei secondi ci possiamo abbuffare con il Cacciucco (con cinque C), e i piatti detti alla "Livornese", che vuol dire rossi, Triglie, Baccalà, Stocco con Patate, Cozze, Seppie, Totani e le fritture splendide, di Baccalà, Paranza, Calamaretti, Cicale. E per digerire il tutto l'incommensurabile Ponce.
Prezzi moderati nel trattorie tipiche della Venezia, fra cui consiglio l'Antica Venezia, un po' più consistenti al Porto Mediceo, dove consiglio l'Andana. Per chi ama il crudo e le ostriche vada all'Ostricaio, al porticciolo dell'Ardenza. Per un posto romantico, dalla vista stupenda e dal mangiare positivo, andiamo sul Romito, alla Torre di Calafuria, che, nei  giorni di Libeccio, è spettacolo unico.
I Ponce storico si degusta dal Civili, il Bar in via del Vigna, dal 1890, vicino alla Stazione dei treni.
Il Cinque e Cinque, con un bicchiere di spuma bionda, è colazione, merenda e pasto veloce dei livornesi veraci. Il famoso panino farcito con la Torta si degusta ovunque, ma quello storico è da Gagarin, nei pressi del Mercato Centrale. Non lo chiamate Panino con la Cecìna, nome pisano della Torta di Ceci perchè rischiate di non essere serviti. Da gustare per strada anche le Roschette livornesi, che erano la mia merenda dopo il mare, ai bagni Lido o Pejani, mentre i "ricchi" andavano ai Bagni Pancaldi fra l'Acquaviva e la Terrazza Ciano, che necessiterebbero ora di un profondo restauro, come quello effettuato di fronte allo storico Grand Hotel Palazzo, da poco ben fatto, dal noto alla cronache, Bulgarella. Hotel storico, veramente affascinante e come cinque stelle, neppure caro.
Per gli amanti del mare, suggerisco per l'estate una gita in barca alle secche delle Meloria, dove iniziò il declino dei Pisani, sconfitti dalla Repubblica Marinara Genovese, in una cruenta battaglia navale.
Per finire, l'ampio canale scolmatore, che sbocca a nord del Porto Industriale e divide Livorno da Calambrone e dai Pisani, porta acqua lucchese, ma questo sarà la storia di un prossimo post.

francesco colucci, by vivere cursiosando